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in sostanza i punti primo, secondo e terzo vennero svolti insieme e
dimostrati richiamando quanto avevano già esposto gli storici
e cronisti del sedicesimo secolo, citando le stesse fonti
documentarie ed aggiungendo qualche induzione personale più
ingenua che ingegnosa. Basta ricordare che per confortare la tesi del
passaggio del Piave dalla valle occupata dal lago di Santa Croce egli
scrisse:
“Alcune
miglia sotto Cenedavenendo per lo storico Canale si trova il Lago di
S.Croce; ma innanzi di arrivarvi lungo un'acquetta che ora
discorrendo per lo canale entra nel Lago, v'è una Osteria che
ritiene l'antico nome Della Secca. Chi mai direbbe che questa voce
(la secca) esser dovesse un argomento per provare il mio assunto?
Quella vallata, quell'acquetta, questa strada e per questo principio
di lago si dicono la secca, cioà la Piave secca”
e più oltre continua
“Oltre
a questo v'è un'altra ragione di poco peso veramente ma che in
aggiunta alle altre può correre; ed è la denominazione
dei luoghi per i quali pretendo sia passato il fiume, Porrò
prima quello di Fadalto. Questo vede ognuno ch'è una
corruzione del latino Vadum-Altum. Se qui c'era un guado profondo
ossia traghetto dunque c'era un'acqua e quell'acqua che altro può
essere, che il fiume di cui parlo ?”
Per tutte le sue ragioni dunque il Del Giudice ritenne provato che
sino al sesto secolo il Piave, giunto alla Montagna di Soccher,
scendesse per Cadola, Serravalle, Ceneda e S.Martino di Colle, da
dove si divideva in due rami uno dei quali si dirigeva verso S.Fior
di Sopra per sperdersi, non si sa dove ne come, L'altro ramo avrebbe
formato un fiume amplissimo che per S.Vendemmiano, S.Michele di
Ramera, Bocca di Strada, Maren, Tezze scendono per il letto “
poco più, poco meno” dell'odierna Piave si sarebbe
scaricato in Laguna.
Sui capi quarto e quinto, ossia sul modo e tempo in cui il Piave
avrebbe mutato corso, a valle di Ponte nelle Alpi, nessun nuovo
argomento è portato alla ribalta.
Il Del Giudice, ammesso per incontrovertibile che la trasmigrazione
del fiume sia avvenuta, ne attribuisce la causa ad un cataclisma che
avrebbe provocato la caduta di un monte e l'ostruzione dell'antico
alveo fluviale, e fissa la data del catastrofico evento nell'anno 365
dell'era volgare. Ripete cioè quanto hanno supposto il Piloni,
il Bonifacio e tutti i precedenti autori citando le stessi fonti
indiziarie del presupposto.
Ma il Del Giudice, lanciata l'ipotesi relativa all'epoca della
deviazione, la riconosce infondata e insostenibile e conclude la sua
dissertazione con la seguente confessione che viene ad annullate
tutto ciò che Egli si era sforzato di dimostrare in
precedenza:
“Conviene
quindi stabilire la catastrofe molti secoli a dietro; ma quando sia
successa io non saprei indovinarlo e mi accontenterò piuttosto
di non dir nulla che di avanzare opinioni senza fondamento”
Veniamo a tempi ed autori più recenti.
Pietro Carnielutti, che scrisse intorno al 1840 “Della Venezia
antica e suoi abitatori” fu pure del parere che il Piave
anticamente scorresse nella Valle Lapisina sino a Serravalle dove
però trovando la strada sbarrata dalle alture collinari
avrebbe deviato per la Val Mareno e pei territori di Forcal e Follina
inalveandosi nel Soligo che è un affluente del Piave.
La rovina di un monte avrebbe formato Mognader ed il laghetto di
Revine e provocato gravi allagamenti, per cui si sarebbe resa
necessaria l'apertura di un varco a Serravalle, allo scopo di far
sfogo alle acque le quali si sarebbero inalveate e, girato il
Montello, avrebbero trovato scarico nel Sile.
Successivamente (non si sa mai quando) sarebbe avvenuta la caduta di
un altro monte, denominato dal Carnielutti “Pineto” che
si trovava a sette miglia sopra Serravalle. La grandiosa frana
avrebbe creato le alture di Fadalto (nome che l'autore vuole derivato
da “luogo fatto alto”) provocando la deviazione del Piave
verso Belluno nell'attuale alveo.
Le idee del Carnielutti trovarono più oppositori che fautori,
in quanto tendevano a complicare maggiormente la questione.
Fra i primi citiamo il Dott. Giovanni Meneguzzi il quale, nel 1850,
ha scritto una coraggiosa memoria intitolata “Del corso Antico
del Piave”. In essa l'autore ha passato in rassegna buona parte
delle opere scritte dagli antichi storici e dai suoi contemporanei
sull'argomento, e dopo aver rilevato le contraddizioni e le erronee
interpretazioni e presunzioni di molti scrittori è giunti alle
seguenti conclusioni:
Per il Sile di Plinio deve intendersi il fiume che dal secolo sesto
porta il nome di Piave
L'Anasso di Plinio non è da confondersi col Piave ma deve
ricercarsi in un affluente di sinistra del tagliamento
Nessun argomento positivo dimostra il corso del Piave per la valle
di S.Croce e la gola di Serravalle
Le stesse deduzioni per sostenere quella ipotesi non danno forza per
ritrarne verosimili concludenze
Il Piave mantiene oggi il corso che ebbe sempre per la valle Belluna
L'aperto contrasto delle idee del Meneguzzi con quelle di quasi tutti
coloro che si erano occupati del Piave provocò qualche
reazione, tanto più che nel secolare dibattito era intervenuta
l'autorità del naturalista e geologo Catullo, il quale si
dimostrò propenso a sostenere la tesi del passaggio del Piave
dalla Val Lapisina in epoche, che per un geologo, devono considerarsi
molto recenti, senza esaminare la questione dal lato scientifico.
Spetta quindi al Meneguzzi il merito di aver abbandonato la pista
seguita per tre o quattro secoli da una pleiade di autori, per
orientare il secolare dibattito sulla strada della realtà, con
la sola guida del severo e ponderato ragionamento.
Giunti difatti con la nostra rassegna all'epoca del Menguzzi
procedendo nella seconda metà del secolo diciannovesimo,
vediamo prima assottigliarsi e poi sparire le file dei sostenitori
della leggendaria tradizione e sorgereuna nuova schiera di
naturalisti, geologi e tecnici eminenti i quali, in base a studi e
indagini scientifiche, giunsero alla dimostrazione di ciò che
il Meneguzzi in parte aveva intuito.
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